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| — | Giuliano Ferrara si da al Rap-put. - IO |
Chissà se anche Falcone andava a fare la spesa… O se ci andava da solo lasciando la scorta a casa, o se li lasciava fuori dal supermercato come cagnolini…
Si si, secondo me le faceva da solo queste cose e la scorta era solo per le foto ufficiali. O magari stavano dieci passi indietro per non farsi vedere insieme come i fidanzatini di una volta.
O forse non lo fotografavano e basta quando andava a prendere le banane sotto casa con la scorta.

Charlie Brown: “Cosa ti piacerebbe essere da grande?”
Linus Van Pelt: “Felice da fare schifo”.
Io per ora ho saltato la parte dell’essere felice, ma quanto a essere grande e fare schifo sono già a posto.
Ci sono periodi più o meno lunghi dove un concetto si ripresenta in più forme o forse solamente ci colpisce più spesso perché già normalmente permea la nostra vita nella quotidianità più scontata.
E così anche un libro fantasy può aprire riflessioni più ampie e sicuramente volute sulla potenza della parola. Periodo strano, questo, per la parola umiliata e bistrattata ormai da quasi tutti in questo stupido ricongiungersi tra il popolo del dopoguerra che per necessità si è occupato solo di lavorare lasciando l’alfabetizzazione ai posteri e quella attuale che si occupa un po’ per necessità e un po’ per pigrizia solo dell’alfabetizzazione e senza volerla capire. Se per i primi si può dire che spesso abbiano perso qualsiasi stimolo e forza nel riportarsi alla pari con le consuetudini della lingua scritta, per i secondi è solamente la pigriza e la rozzezza del linguaggio a farla da padrone.
La freschezza dell’adolescenza e la smania di scrivere senza nemmeno pensare a cosa si scrive e come lo si debba scrivere, “basta che l’ho faccio capire”. Non so se la deriva sia nel web, negli sms, negli studenti o negli insegnanti. So che tutti si lamentano, so che tutti cercano un lavoro e si portano dietro questi problemi che credono tollerabili davanti a un selezionatore. La verità è che spesso si diventa uno scarto anche nel paese della “ditta appoggi” se non si hanno delle solide basi.
La parola è potere, la parola è maledizione. Negli ultimi giorni solamente con la parola ho ricevuto acclamazione per alcune frasi brevi e minacce più o meno velate per altre, tre contatti distinti due commenti cancellati e due minacce di cancellazione dalle “amicizie” virtuali. La parola è potere, la parola spaventa quando porta dietro di se alcune emozioni e disillusione. Mi rendo conto che le mie spesso si portano disillusione e voglia di provocare, la voglia spasmodica di spiegare cosa vedono i miei occhi e che spesso non coincide con quello che vedono gli altri o con quello che sentono dentro di loro. Non riesco a fermarla, sgorga da se dopo un po’ come un esigenza impellente, come un incontinenza verbale che ti porta spesso a farla fuori nel momento meno adatto.
Se cancellare è l’unica soluzione e l’unica risposta, probabilmente quelle parole son più potenti di quel che si pensa, sono una carezza su un nervo scoperto, centrate verso un obbiettivo preciso.
Brisingr, il libro che ho in corso. Brisingr, l’emblema della parabola della parola in questo libro.
Brisingr in se è una parola semplice in una lingua inventata, ne più ne meno che come in Harry Potter, solo che li non viene mai palesato il linguaggio magico. Nel continente immaginario di Alagaësia la magia è profondamente legata alla lingua elfica e la magia consiste soltanto nella frase o nella parola usata per incanalarla. In quel mondo basta la parola brisingr per accendere un fuoco perché quella parola vuol dire fuoco, perché se nelle intenzioni di chi la usa c’è l’accendere un fuoco sarà, così come per incendiare una freccia. L’unica limitazione sono l’apertura mentale della persona che cerca di usare la magia, la fantasia del mago stesso e la forza necessaria per usare un incantesimo. Più grande il “fuoco”, più grande l’energia usata fino a uccidere l’evocatore. Così per ogni frase o per ogni elemento o per ogni oggetto. Un mondo dove la parola è tutto, dove la parola se abusata può portare la morte di chi la pronuncia e dove se la singola parola giusta viene usata a sproposito può provocare gli stessi effetti di mille frasi.
Mi intriga quindi la ricerca in se stessi della parola e delle sue combinazioni, ancora più che draghi o combattimenti, mi intriga il potere insito nella parola dove non c’è una parola uguale all’altra e un concetto espresso in una maniera diversa può avere effetti diametralmente opposti. Scrivere spesso ha lo stesso effetto dell’evocare la magia, scrivere può stregare e allo stesso tempo ferire o guarire le ferite più profonde.
Troppe volte vorrei scrivere di più o solamente meglio, troppe volte vorrei raccontare storie, troppe volte mi rimangio tutto per gli effetti che potrebbe avere su di me o su pochi altri che non ignorano le emozioni. Così la maggior parte delle storie muore dentro in silenzio, consumandosi senza nascere mai.
Confinato in un silenzio spesso mio proprio per la pesantezza di alcune parole e per il rendermi conto dell’effetto di parole sbadate o intercettate casualmente da lettori preoccupati spesso penso di non aver ancora trovato il posto giusto per esprimermi o di non avere similitudini sufficienti per esprimere le cose di nascosto. Scrivo meno di quanto vorrei, scrivo peggio di quanto vorrei, scrivo più a lungo di quanto vorrei rendendo (forse volontariamente) gli scritti lunghi e noiosi per smaltire sulle prime righe i lettori annoiati, quelli che il potere della parola lo ignorano perché spesso, anche nei mondi fantasy, c’è chi alla magia non ci crede anche se se la trova davanti e anche se ne è vittima. Il mondo è bello perché è vario, e il mio è ancora un brodo primordiale in attesa di essere plasmato con la parola.








